Donne della campagna 
Da lavoratrici invisibili a imprenditrici 


 di Alessandra Martinelli

Nei secoli scorsi l’Italia era un paese prevalentemente rurale dove le contadine costituivano la maggioranza delle donne in condizione professionale (erano ancora il 58,8% nel 1936 per scendere al 31% solo nel 1966), tuttavia erano sottostimate nei documenti pubblici, analfabete o semi-analfabete, socialmente poco considerate. Le loro occupazioni in campo agricolo si diversificavano a seconda delle caratteristiche geografiche del luogo, del tipo di economia e di contratto economico in uso, le accomunava però una bassa retribuzione, precarietà, invisibilità e una più bassa qualifica rispetto a quella maschile. Svolgevano una pluralità di mansioni, combinandole tra loro e pagando come conseguenza la mancanza di professionalità e un notevole sovraccarico di impegni: cercavano di sopperire alla loro ipotetica minorità fisica aumentando la loro produzione e prolungando i tempi di attività.
Il loro lavoro, raramente autonomo e specializzato, era condizionato dalle esigenze della famiglia, restando così schiacciato e svalutato tanto da non riuscire quasi mai a caratterizzarsi come strumento di emancipazione. C’era una sorta di subalternità anche nella scelta delle attività da svolgere: quelle più ripetitive e meno impegnative erano affidate a loro, come tutte le attività di raccolta, mentre le operazioni di maggiore responsabilità o valenza simbolica, quali la semina che veniva equiparata ad una sorta di fecondazione della terra, o di maggiore abilità tecnica e specializzazione, come la potatura o l’innesto, erano esclusiva dei maschi.
Da qui la minorità del salario femminile dovuta anche alla concezione secondo cui il reddito femminile era accessorio a quello degli uomini. Del resto, la disparità economica era altresì sancita per legge: nel mondo mezzadrile, ad esempio, il cosiddetto coefficiente Serpieri stabiliva la capacità lavorativa femminile nel 60% di quella maschile.  Fu soltanto nel 1964 che detto coefficiente fu abolito in seguito alle battaglie per la parità salariale anche delle contadine. 
Fino al secondo dopoguerra, dunque, le donne hanno quasi esclusivamente rivestito nelle aziende agricole un ruolo da coadiuvanti, pronte a sostituire gli uomini ogni qual volta ce ne fosse stato bisogno: in occasione delle due guerre mondiali, o a fronte dei vari e ripetuti fenomeni migratori. Ma è soltanto in seguito all’esodo degli anni 1960-80, al processo di industrializzazione e al conseguente impiego maschile nelle fabbriche che le donne hanno assunto direttamente la gestione delle aziende agricole, divenendo così soggetti visibili anche nelle rilevazioni statistiche. 
Lentamente è stato economicamente e giuridicamente riconosciuto il loro ruolo: non più coadiuvanti, ma coltivatrici, e solo più recentemente hanno iniziato ad occuparsi di agricoltura a livello imprenditoriale in prima persona. Questo grazie anche all’istruzione agraria, a lungo prerogativa maschile, e che solo nel secondo dopoguerra è andata aprendosi anche al mondo femminile: basti pensare che nella Facoltà di Agraria di Pisa, dalla sua nascita fino al 1945, si laurearono soltanto 9 ragazze contro più di 1400 uomini. 
Un lungo percorso grazie al quale oggi le contadine, a differenza del passato, svolgono un’attività che hanno scelto: non un ripiego occupazionale di scarso pregio, bensì il frutto di una valutazione lavorativa ben precisa ed autonoma. 
Ora le lavoratrici che si impegnano nell’agricoltura lo fanno con maggiore consapevolezza, con mentalità imprenditoriale e con un’istruzione più elevata e specialistica e, nella conduzione delle loro aziende, esprimono le loro soggettività sperimentando e percorrendo strade nuove. 
Nel tempo si sono andati valorizzando sia il carattere storicamente polifunzionale dell’attività femminile, sia la loro peculiare capacità di conservare e trasmettere le tradizioni e i saperi locali, oltre alla forte sensibilità ambientale unita ad una ‘naturale’ attenzione verso la salubrità e la qualità degli alimenti. 
In una fase in cui sempre più emerge l’importanza della salvaguardia dell’ambiente e della multifunzionalità dell’agricoltura, in un processo di totale ridefinizione dell’identità professionale agricola, le donne spiccano per le doti da sempre loro riconosciute: creatività, inventiva, flessibilità, innovatività. Caratteristiche che hanno loro permesso di sopravvivere in condizioni economiche spesso avverse e di attraversare, mantenendo dignità, coraggio e intraprendenza, secoli di totale sudditanza ai maschi della famiglia. 
Le donne storicamente sono abituate a fare impresa, a ‘far quadrare i conti’, a trovare come ‘mettere insieme il pranzo e la cena’, e così hanno cercato di trasferire nel loro nuovo contesto lavorativo le attitudini generazionali accumulate in secoli di gestione familiare. 
C’è però una sorta di filo rosso che unisce le lavoratrici della campagna di ieri a quelle di oggi: oltre al lavoro nei campi, tutta la cura della famiglia ricade ancora sulle loro spalle, limitando la loro capacità lavorativa, assorbendo energie e tempo che i colleghi uomini possono dedicare invece all’attività produttiva, e senza che questo doppio ruolo, come sempre del resto, sia loro riconosciuto. La strada è ancora in salita.